LA MAGIA DELLO SRI LANKA

SRI LANKA

Atterriamo a Colombo, tempo di ritirare i bagagli, sbrigare le pratiche per noleggiare la macchina e ci addentriamo nella capitale dello Sri Lanka, nonché città più grande e principale porto del paese, che riunisce in sé tutti i colori e le culture che compongono l’isola, fondendoli in un mosaico di mercati, giardini e palazzi di ogni genere, il tutto alle spalle di una stretta striscia di lungomare. 

Prima di cominciare il mio racconto di questo stupendo viaggio, mi lascio andare nel raccontarvi un po’ di cenni storici dello Sri Lanka.

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I primi abitanti di quest’isola furono i Vedda. I Singalesi giunsero nello Sri Lanka nel tardo VI secolo a.C.. Il Buddhismo fu introdotto inizialmente durante la metà del III secolo a.C., in contemporanea con uno sviluppo della civiltà con la creazione di città come Anurādhapura e Polonnaruwa (oggi importanti siti archeologici) che toccherò nel mio viaggio. Anche i Tamil dall’India meridionale si stabilirono nell’isola, l’entità e l’epoca precisa dell’emigrazione rimangono tuttora oggetto di dispute, ma attorno al XIII secolo c’era una considerevole presenza tamil nella zona settentrionale dell’isola e molte comunità di pescatori lungo le coste.

È però documentata, alla morte del re singalese Uṭṭiya di Anuradhapura, avvenuta nell’anno 286 dell’Era Buddista, un’invasione dei tamil provenienti dall’India del sud che, espugnata la capitale Anurādhapura, regnarono per numerose decine di anni, fino a che il sovrano tamil Elāra, dopo quarantaquattro anni di regno, fu sconfitto e ucciso da Duṭṭhagāmaṇi, del principato sudorientale di Rohuṇa (Rohaṇa), che divenne così il nuovo re dell’isola nell’anno 101 a.C. 

I Tamil in Sri Lanka svilupparono una cultura distinta da quelli che si trovavano in India. I rapporti tra Tamil (dell’India e dello Sri Lanka) e Singalesi furono complessi, talvolta pacifici, talvolta bellicosi, con invasioni in entrambe le direzioni e fusioni tra i due popoli.

Dopo il regno Polonnaruwa, la capitale singalese fu spostata in diverse città nei secoli successivi. La capitale era a Sri Jayewardanapura Kotte quando le regioni costiere furono occupate dai Portoghesi nel XVI secolo, attratti dal commercio di spezie e cannella. I portoghesi furono seguiti dagli olandesi nel XVII secolo. L’intera isola fu ceduta al Regno Unito nel 1796 e diventò una colonia della corona nel 1802. 

Ceylon, il nome originario dello Sri Lanka,  divenne indipendente nel 1948. Il 26 settembre 1959 fu assassinato il primo ministro Solomon West Ridgeway Dias Bandaranaike, marito di Sirimavo Bandaranaike e padre di Chandrika Kumaratunga, entrambe diventate anni dopo primo ministro.

Nel 1972 il nome venne cambiato in Sri Lanka e il parlamento spostato a Sri Jayawardenapura Kotte. Le tensioni tra la maggioranza singalese e la minoranza tamil sfociarono in violenze a metà anni ottanta in seguito a un attacco a soldati singalesi da parte delle Tigri per la Liberazione del Tamil Eelam. Ciò portò a disordini, con la morte, in soli tre giorni, a Colombo di un migliaio di Tamil, mentre umolti altri diventarono rifugiati. Decine di migliaia di persone morirono in questo conflitto etnico.

Nel dicembre 2001, dopo vent’anni di lotta, le Tigri Tamil e il governo firmarono insieme una tregua, con la Norvegia (colpevole di aver segretamente venduto armi alle Tigri Tamil)come mediatore del processo di pace

Le Tigri Tamil sono state dichiarate organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e il Regno Unito seguito dagli altri 26 paesi dell’Unione europea, Australia, India e Canada. La presidentessa Chandrika Kumaratunga ha ammesso all’ONU che ci sono profonde discriminazioni radicate nella società singalese che portano al terrorismo ma finora non è stato messo in atto nulla per garantire l’uguaglianza alla popolazione Tamil.

Il 26 dicembre 2004 le coste meridionali e orientali dello Sri Lanka sono state devastate da un violento maremoto. Il numero sembra essere di circa quarantamila morti, anche se risulta difficile stabilire il numero esatto delle vittime.

In seguito alla situazione di difficoltà creata dallo tsunami, gli scontri tra le Tigri Tamil e i militari si sono affievoliti enormemente, portando tutta la popolazione a gesti di generosità, pace e fratellanza. Questa situazione di estremo shock è stata però sapientemente utilizzata da una piccola cerchia di influenti uomini d’affari del paese per far approvare varie leggi dal carattere liberista che hanno portato a forti privatizzazioni sia di aziende che di terreni.

Proprio i nuovi piani regolatori delle zone costiere hanno impedito la ricostruzione delle case e dei porticcioli precedentemente distrutti dal maremoto a favore invece della costruzione di nuovi impianti turistici. La maggior parte della popolazione che fu accolta in campi temporanei nell’entroterra, non poté quindi più far ritorno nelle zone costiere d’origine, perdendo non solo le proprie terre ma anche la loro unica fonte di sostentamento ossia la pesca. Questi nefasti eventi hanno riacceso la miccia degli scontri etnici. 

In ogni caso la maggioranza dei Tamil convive pacificamente con la maggioranza singalese presente all’interno del Paese.

Invece i ribelli Tamil si trovano in assetto separatista ad est e, soprattutto, a nord. In quest’ultima regione, i Tamil Eelam hanno costituito uno stato ‘de facto’ con propri organi di polizia, giustizia e fisco. Hanno appena diecimila combattenti, confrontati con i duecentocinquantamila governativi, ma sono finanziati dall’imponente diaspora Tamil in America, Canada, Regno Unito e Australia. 

L’organizzazione militare, durante l’attacco a Colombo a fine marzo 2007, ha potuto contare anche sull’appoggio aereo di un imprecisato numero di velivoli leggeri Zlin Z-143 modificati per trasportare bombe. Tali velivoli appartenevano alle “Air Tigers”, la componente aerea Tamil che ne avrebbe avuto a disposizione un massimo di cinque. Le Tigri Tamil avevano già portato a termine con successo ardite incursioni navali con l’utilizzo di barchini esplosivi e attacchi kamikaze, ma queste operazioni aeree hanno mostrato un livello decisamente superiore rispetto a tutti gli altri movimenti insurrezionali che non sono mai riusciti a contrapporre un'”aviazione ribelle” a forze regolari.

Al 2005 è in carica il presidente Mahinda Rajapaksa del Partito della Libertà, di impronta nazional-socialista e contrario alle concessioni nonché al federalismo del paese. Le Tigri Tamil vorrebbero un’ampia autonomia nella regione settentrionale, dove vi è la città di Jaffna. Per i motivi sopracitati si sconsiglia infatti di oltrepassare la zona a nord del distretto di Anuradhapura, perché vige ancora una sorta di stato militarizzato e si possono incontrare anche molti checkpoint che presiedono tutta la parte settentrionale andando incontro ad eventuali problemi.

La guerra civile, iniziata il 23 luglio 1983, venne combattuta tra il gruppo terroristico delle “tigri Tamil” e il governo dello Sri Lanka. Dopo ben 26 anni, l’allora presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa, riusci` finalmente a vincere la guerra, terminatosi il 17 maggio 2009. Dopo la campagna elettorale del 2010, il presidente Rajapaksa vinse le elezioni e diede il via allo sviluppo del paese, costruendo infrastrutture moderne per rilanciare il turismo.

Nel settembre 2011 il Governo dello Sri Lanka ha rimosso la normativa speciale sullo stato di emergenza, in vigore ininterrottamente dall’agosto 2005.

Attualmente il Presidente della Repubblica è Maithripala Sirisena, il primo capo di stato che ha ricevuto in visita Papa Francesco il 13 gennaio 2015, a nemmeno una settimana dalla sua elezione come presidente.

Tornando a noi, Colombo appare fin da subito caotica, trafficata da una miriade di tuc-tuc, il mezzo più comune in SriLanka; ragazzi privi di nulla portano avanti famiglie con questi mezzi di trasporto, trasformandoli in veri e propri taxi con all’interno di tutto, smartphone ultimo grido, luci soffuse e svariati rivestimenti di pelle dei sedili.

In questa megalopoli c’è tutto e niente da vedere allo stesso tempo.

Tra i siti di interesse sparsi un po’ in giro per la città ricordiamo: il National Museum, situato in un bell’edificio d’epoca nel Viharamahadevi Park, che espone una collezione di antiche insegne reali, opere d’arti singalesi, mobili e porcellane; il Galle Face Green, una lunga striscia di verde che si affaccia sul mare a sud di Fort; il Cinnamon Gardens, il quartiere più esclusivo di Colombo, situato circa cinque kilometri a sud di Fort e due verso l’interno.

La National Art Gallery, adiacente al Natural History Museum, che vanta una ricca collezione di ritratti; il Dehiwala Zoo, aperto una settantina di anni fa che tratta relativamente bene i propri animali; ed i bei templi buddisti di Kelaniya Raja Maha Vihara, Gangaramaya, Seema Malakaya, Vajiraramaya e Gotami Vihara. Per quanto riguarda invece i templi hinduisti i più significativi sono il New Kathiresan Kovil, l’Old Kathiresan Kovil, lo Sri Ponnambalam Vanesar Kovil, lo Sri Muthumariamman Kovil e lo Sri Shiva Subramaniam Swami Kovil.

Dopo un bel sermone con nomi di templi e musei, tra le manifestazioni più importanti vi ricordo: la Duruthu Perahera, che si tiene nei giorni di poya di gennaio presso il Kelaniya Raja Maha Vihara; la Navam Perahera del poya di febbraio, generalmente condotta da cinquanta elefanti; ed il Vel, durante il quale il carro dorato di Murugan (Skanda), il dio hindu della guerra, viene trainato cerimoniosamente dai Kovil Kathiresan in Sea St a Pettah fino al Kovil di Bambalapitiya

Dopo aver passato un’intera giornata in un caldo soffocante, camminando quasi fino a consumare le suole delle scarpe, con un’umidità degna dell’equatore, ci riposiamo una notte per ricaricare le energie.

Il mattino seguente ci svegliamo di buon ora, come del resto tutti i giorni del viaggio, per dirigerci verso Sud. 

La strada appare fin da subito molto bella, un’autostrada scorrevole e nuova ci accompagna per kilometri e kilometri verso la parte meridionale dello Sri Lanka, vantando anche la presenza di qualche autogrill moderno. In questa parvenza di modernità si giunge fino a Galle in un batter d’occhio..   

Questa storica città di mare, famosa per il suo faro che sovrasta la scogliera, è situata sulla punta sud-occidentale dello Sri Lanka, a centoventi km da Colombo. Galle era nota con il nome di Gimhathiththa prima dell’arrivo dei portoghesi nel XVI secolo, quando divenne il principale porto dell’isola. Raggiunse il massimo fulgore nel XVIII secolo, prima di passare sotto il dominio britannico, quando venne sviluppato il porto di Colombo.

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Nel dicembre del 2004 la città venne distrutta dal devastante maremoto causato da un terremoto con epicentro a migliaia di chilometri dalla costa, al largo dell’Indonesia. Purtroppo migliaia di cittadini vi morirono. 

Galle è il miglior esempio di città fortificata costruita dagli europei nel sud e sud-est dell’Asia, e mostra le interazioni tra gli stili architettonici europei e le tradizioni asiatiche. La città vecchia è un patrimonio dell’umanità nonché la più grande fortezza di origine europea tra quelle rimaste in Asia. 

Essa è la città più importante della parte meridionale dell’isola, con una popolazione di circa centomila abitanti, ed è collegata a Colombo con una moderna autostrada e a Matara grazie alla ferrovia. Ospita uno stadio di cricket, il Galle International Stadium, dove si giocano i test match di cricket.

Rumassala Kanda è una grande collina che funge da barriera protettiva per il porto di Galle. La tradizione locale la associa ad alcuni fatti narrati nel Ramayana, uno dei più grandi poemi epici dell’induismo, oltre a risultare uno dei testi sacri più importanti di questa tradizione religiosa e filosofica.

Il tema centrale del poema consiste nella storia di Rāma, settimo avatāra di Viṣṇu, sovrano ideale e guerriero valoroso, e della sua sposa, Sītā. Gli eventi sono ambientati nel momento di passaggio tra la fine del Tretā-yuga e l’inizio dello Dvāpara-yuga.

Rāma, principe ereditario del regno dei Kosala viene privato ingiustamente del diritto al trono ed esiliato dalla capitale Ayodhyā (collocata nei pressi dell’odierna Faizābād).

Rāma trascorrerà quattordici anni in esilio, insieme alla moglie Sītā e al fratello Lakṣmaṇa, dapprima nei pressi della collina di Citrakūṭa, dove si trovava l’eremo di Vālmīki e di altri ṛṣi, in seguito nella foresta Daṇḍaka, popolata da molti demoni (rākṣasa).

Lì Sītā viene rapita dal crudele re dei demoni, Rāvaṇa, che la conduce nell’isola di Laṅkā. Rāma e Lakṣmaṇa si alleano quindi con i vānara, potente popolo di scimmie divine, e insieme ai guerrieri scimmia, tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanumat, costruiscono un ponte che collega l’estremità meridionale dell’India con Laṅkā.

L’esercito affronta l’armata dei demoni, e Rāvaṇa viene ucciso in duello da Rāma, che torna vittorioso nella capitale Ayodhyā, e viene incoronato re.

Rāma, per rispettare il dharma, è costretto a ripudiare Sītā, a causa del sospetto che abbia ceduto alle molestie di Ravana. Per dare prova della sua purezza, Sītā accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme.

Tornando al nostro racconto, la cosa che ci ha colpito più di tutte di questa città è il bellissimo faro, guardandolo viene facile pensare come un tempo i naviganti che circumnavigavano l’India appoggiarono le loro speranze della navigazione in questo punto di riferimento affacciato sul mare. Il Faro, costruito dagli inglesi nel 1848 è il più antico di tutto lo Sri Lanka, nel 1934 a causa di un incendio è stato distrutto,  fu ricostruito di nuovo nel 1939 ed oggi appare lì prosperante sopra le mura del bastione.

Da Galle’ in poi finisce il sogno delle belle e nuove strade…non essendoci più l’autostrada siamo obbligati a percorrere la statale che costeggia il mare e attraversa tutti i paesini costieri. Sulla strada passiamo Unawatuna e Weligama due bellissime spiagge che consiglio vivamente ai surfisti in quanto onde alte e lunghe spiagge la fanno da padrona. 

Noi, non amanti del surf, proseguiamo la nostra strada arrivando fino a Mirissa nel tardo pomeriggio. 

Questa località e’ l’ideale per chi vuole godersi il mare e il suo relax, infatti a Mirissa Beach si possono ammirare un orizzonte con tramonti da favola, sorseggiare squisiti drink nei tanti localini semplici ma raffinati che si affacciano direttamente sul mare e vivere un’atmosfera esotica. Tutti ciò la rende un posto incantevole.

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Anche qua purtroppo, lo tsunami del 2004 fece enormi disastri ma la popolazione ebbe il coraggio e la forza di rialzarsi.

Per quanto riguarda l’alloggio anche per questa terza notte ci siamo affidati a uno dei tanti B&B che si trovano lungo la strada a prezzi veramente bassissimi. La sera siamo stati ospiti in casa della famiglia proprietaria del B&B che ci ha offerto the e biscotti. Dopo una bella chiacchierata, abbiamo toccato con mano gli stili di vita e i costumi di questa magnifica gente, la cordialità e la gentilezza sono sempre in primo piano e non si ha mai la percezione di sentirsi a disagio.

La mattina seguente ci svegliamo all’alba e ci dirigiamo verso lo Yala National Park, il più vasto parco dello Sri Lanka. Non prima di ricordami però che oggi è il mio compleanno e non c’è cosa più bella al mondo per uno come me di passare tale ricorrenza personale in giro per il mondo, immerso in uno dei tanti miei viaggi.

I racconti letti sul parco dello Yala fanno presagire che sarà il meglio della natura racchiuso in un enorme distesa dove gli animali vivono liberi..

Percorrendo 150 Km circa attraversiamo Matara, storica città dove sono ancora presenti le tipiche case coloniali e le due fortezze costruite dai portoghesi e dagli olandesi. 

Seconda tappa prima di arrivare al parco è Tangalle, un porto di pesca a livello regionale importante, situato su una delle più grandi baie in Sri Lanka, che è protetta dal mare da una barriera di recinzione. Nel centro del paese c’è un vecchio forte olandese che viene utilizzato oggi come carcere. Prima gli olandesi e, successivamente, gli inglesi utilizzarono Tangalle come un importante ancoraggio sulla costa meridionale dell’isola. Il Forte, Rest House e Court House sono alcuni esempi rimasti di architettura olandese a Tangalle. 

Arriviamo nel primo pomeriggio all’ingresso del parco, dove ci affidiamo ad una delle tante guide che stazionano all’ingresso e finalmente iniziamo il nostro safari. Dentro al parco prevale la quiete interrotta solamente dai versi delle migliaia di uccelli che popolano lo Yala.
Fin da subito veniamo sommersi da una natura incontaminata, ricca di vegetazione e paesaggi da favola.

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Il paesaggio è dunque quello tipico della savana dell’Africa orientale con molte pozze d’acqua e paludi. Ha un esteso fronte marittimo con spiagge ancora vergini, interrotte da boschi di mangrovie. Numerose le lagune costiere popolate di coccodrilli. 

Non nego che l’obiettivo principale del nostro Safari era quello di riuscire ad avvistare il leopardo, inizialmente un chiodo fisso e i nostri sguardi scrutavano l’orizzonte in cerca del momento giusto. Dopo svariati tentativi e un avvistamento fugace in lontananza, davanti alla nostra jeep, all’improvviso, appare un enorme elefante. Immediatamente la guida ci intima di stare in silenzio e osservare il cammino dell’elefante che sfiora la nostra jeep e continua il suo percorso come se nulla fosse. 

Trovarsi di fronte ad un bestione del genere ti fa per un attimo rimanere senza respiro!

Nonostante la bellissima giornata e il periodo estivo, all’interno del parco non risultano esserci orde di turisti e via vai di jeep, un fattore che ci fa vivere tranquillamente il nostro Safari. 

Il tempo passa e il pomeriggio sta giungendo al termine, il nostro Safari all’interno del parco dello Yala termina con un tramonto mozzafiato su un orizzonte che delinea i contorni della fitta vegetazione.
La sera ci fermiamo a dormire a Tissamaharama, un paese a trenta kilometri dall’uscita del Parco, niente di che ma ci permette di riposarci e riprenderci. La sera del mio compleanno è caratterizzata da una cena a base di scatolette di tonno e pancarrè trovati fortuitamente in un market in chiusura.

La mattina seguente, acceso il motore, partiamo in direzione Horton Plains, percorrendo cento kilometri lungo la strada A4 per poi entrare nel parco per altri quaranta chilometri attraverso la strada B508. Queso bellissimo parco è situato sull’altopiano ad un’altezza di 1200mt a sud degli altopiani centrali dello Sri Lanka. I picchi di Kirigalpoththa (2.389 metri) e Thotupola Kanda (2.357 metri), il secondo e il terzo più alto dello Sri Lanka, si trovano rispettivamente a ovest e a nord. 

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Qui ci aspettano tre ore di trekking lungo il famoso percorso,  chiamato “la fine del mondo” proprio per il sentiero che termina in uno strapiombo che domina la vallata.   

Il sentiero inizia dolcemente per poi, metro dopo metro, arrampicarsi lungo una collina di arbusti e rocce. Qui gli amanti della fotografia possono dare sfogo alla loro passione.  

Arrivati in fondo, sembra veramente di essere arrivati nella famosa fine del mondo, perché si ha la sensazione che oltre non  si può più andare. Sei obbligato a fermarti, perché è la natura stessa che te lo impone, tra te e l’orizzonte ci sono 870 metri di strapiombo sulla valle. 

Il cammino di ritorno risulta meno duro e pesante del percorso di andata, nubi minacciose ci fanno allungare il passo e ridurre il tempo notevolmente. 

Sconsiglio vivamente di venire in questo parco alla domenica per l’enorme afflusso di turismo locale, infatti è di consuetudine che nei giorni festivi le famiglie del posto vengono a rifocillarsi e a fare pic-nic nei numerosi prati che confinano con il sentiero.

Di ritorno alla macchina, ci mettiamo in marcia verso Nuwara Eliya, situata a 1896 metri di quota sulle rive del lago Gregory e dominata dalla cima del monte Pidurutalagala, la più alta dell’isola.

È soprannominata “Little England” perché ricorda una tipica cittadina del Regno Unito. Gli edifici amministrativi sono in mattoni, le case hanno spesso il tetto in legno e non mancano i pubs, campi da golf e maneggi per cavalli, gli svaghi preferiti dagli Inglesi allora come oggi. Il cielo spesso coperto da nuvole e le notti piuttosto fresche che richiedono l’uso del riscaldamento contribuiscono a creare questa strana sensazione di una piccola Inghilterra nel bel mezzo dei Tropici. 

Difficile credere che la calda e umida Colombo si trovi ad appena 180 kilometri di distanza. Le colline dei dintorni sono state terrazzate per accogliere colture di ortaggi tipiche dell’Europa mentre estese piantagioni forniscono le migliori qualità di té al mondo. Per noi è d’obbligo una visita in queste piantagioni. 

Nuwara Eliya assieme a Dambulla e Kandy, ospita tantissime aziende produttrici di tè nelle quali è anche possibile organizzare una visita guidata al fine di poter osservare dal vivo tutti quelli che sono i passaggi che stanno tra la raccolta delle verdi foglie e il tè che abbiamo nei nostri scaffali. 

Le foglie vengono raccolte quasi esclusivamente da donne, per lo più di etnia tamil. Una volta raccolte vengono fatte seccare tramite ventilazione naturale o indotta. C’è poi la fase della fermentazione ottenuta con macchinari appositi e quella dell’ossidazione, ovvero quella che fa perdere loro il colore verde a discapito di una tonalità più ramata.

Quello che vi ho appena raccontato è il processo produttivo che si riferisce al tè nero. Se si parla di tè verde, invece, le cose cambiano perché, le foglie non subiscono nessuna fermentazione.

La vera scoperta per me è stata quella relativa al tè bianco: considerato una sorta di “champagne del tè”, esso viene ottenuto dalle prime foglioline all’apice del fusto, e proprio per questo ne vengono prodotte quantità ridotte rispetto a quello nero. I costi del tè bianco in Europa spesso sono proibitivi ma sembra che, oltre al delicato aroma, questo tè abbia proprietà antiossidanti e disintossicanti superiori agli altri tipi di tè. 

Oltre ad essere conosciuta per le sue piantagioni di tè, Nuwara Eliya è famosa anche perché si affaccia sul bellissimo Lago Gregory. Come paese lo soprannominiamo fin da subito una piccola Rimini dello Sri Lanka, con moto d’acqua che sfrecciano , pedalò con a bordo famiglie che si godono la quiete, barche ormeggiate che fanno da sfondo a questo che sembra un piccolo paradiso di divertimenti.

Dopo aver passeggiato nel caratteristico parco della cittadina, in serata partiamo nuovamente alla volta di Kandy. Ci aspettano pochi kilometri, un’ottantina, ma è la prima sera che ci troviamo alla guida nelle strade tortuose cingalesi con il calar del sole, un’esperienza unica anche per uno come me che ha guidato praticamente ovunque. Cani randagi e pascoli di mucche la fanno da padrona lungo le strade strette di tutto il paese, evitarli durante il cammino è come fare uno slalom speciale. 

Dopo due ore e mezza di guida, con gli occhi stanchi e segnati dalla strada, arrivati a finalmente Kandy, decidiamo di fermarci a dormire in una Guest house che Sabrina durante il viaggio aveva cercato sul web.

A questo punto vi chiederete come facevamo a navigare con internet con i nostri telefoni. Con poche rupie ho attivato una sim locale sul mio smartphone che ci ha permesso di navigare su internet e prenotare day by day le location  per dormire. 

Il giorno successivo ci svegliamo e andiamo a visitare il Palazzo Reale di Kandy, dove viene custodita la reliquia del sacro dente, denominata Sri Dalada Maligawa. Esso rappresenta uno dei maggiori centri di pellegrinaggio buddhista di tutto il paese e addirittura del mondo asiatico.
Secondo la leggenda, alla morte di Buddha il suo corpo fu cremato su di una pira di legno di sandalo a Kusinara in India, ma il suo dente canino sinistro fu recuperato da Arahat Khema che lo affidò al re Brahmadatte.

Qui vengono in pellegrinaggio le persone malate, in cerca di una purificazione e di un miracolo alle loro disgrazie. Fin da subito ci rendiamo conto della sacralità del posto che stiamo visitando, lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo dentro. All’interno, sei avvolto dagli affreschi che s’impongono prepotentemente nei lunghi corridoi e nelle sale di preghiera, il silenzio è rotto solo dalle implorazione dei pellegrini. 

Un posto che consiglio vivamente di visitare a tutti quelli che si recano a Kandy, vale proprio la pena.

Se capitate ad agosto consiglio di partecipare alla “Esala Perahera”: una festa buddhista che consiste in una processione di elefanti riccamente decorati, accompagnati da un grande raduno di danzatori in onore di Buddha. La festa richiama un pubblico molto numeroso ed è divenuta un vero e proprio simbolo per l’intero Sri Lanka.

Nel primo pomeriggio ripartiamo, direzione Sigiriya.

Lungo la strada visitiamo il Golden Temple, situato a Dambulla.
Il Tempio d’oro di Dambulla, noto anche come Tempio delle grotte e dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, è situato nella parte centrale dello Stato.

Questo tempio di roccia, il meglio conservato dello Sri Lanka, è composto da cinque grotte, convertite in reliquiari, costruite sotto ad una roccia alta 150 metri durante il regno di Anuradhapura (primo secolo a.C. – 993 d.C.) e di Polonnaruwa (1073 – 1250). Sono di gran lunga le più imponenti dello Sri Lanka. L’accesso si trova lungo il lieve pendio di roccia di Dambulla, ed offre una panoramica delle pianure circostanti, inclusa la fortezza in pietra di Sigiriya, a 19 km di distanza.

Durante il crepuscolo centinaia di rondini planano attraverso l’entrata della grotta, la più grande misura 52 metri da est ad ovest, 23 dall’entrata al fondo, e raggiunge i 7 metri nel suo punto più alto. In questa grotta sono rappresentate divinità indù oltre ai re Valgamba e Nissankamalla, e Ananda, il più devoto discepolo del Buddha.

Quasi tutte queste opere si riferiscono al Buddha ed alla sua vita. Vi sono un totale di 153 statue del Buddha, tre di re dello Sri Lanka e quattro di altri dei o divinità. Queste ultime quattro riguardano due statue di divinità indù, Viṣṇu e Ganesha. I murali coprono un’area di 2.100 m². Le immagini sui muri delle grotte raffigurano, tra le altre cose, la tentazione subita da Buddha ad opera di Mara ed il suo primo sermone.

Statue e dipinti rappresentano molte epoche di scultura singalese e arte singalese. Le statue del Buddha sono di diverse dimensioni, e raggiungono i 15 metri di lunghezza.

Dopo aver visitato questo bellissimo tempio, nel pomeriggio proseguiamo concedendoci una breve deviazione per andare a visitare Polonnaruwa: uno dei siti archeologici meglio conservati di Sri Lanka ed è stata inserita nel 1982 tra i patrimoni dell’umanità riconosciuti dall’UNESCO.

Qui c’è da vedere:

Gal Vihara, un gruppo di quattro statue intagliate nella roccia raffiguranti il Budda in diverse posizioni, quella del Budda in piedi raggiunge un’altezza di 7 m. mentre la statua del Budda dormiente ha una lunghezza di 14 m; le rovine del  Palazzo di Parakramabahu I, dove il pezzo meglio conservato è la sala delle udienze con sculture raffiguranti elefanti e leoni; la Cittadella, racchiusa dalla doppia cinta muraria necessaria per proteggere le “1000 sale” del palazzo dove veniva esercitato il potere, nella quale i bassorilievi di elefanti della sala del Consiglio rappresentano la scultura più affascinante.

Fu dichiarata capitale dal re Vijayabahu I, che sconfisse gli invasori Chola nel 1070 e riunì il regno sotto il suo dominio. La vittoria di Vijayabahu I e lo spostamento della capitale a Polonnaruwa sono considerati momenti storicamente significativi; tuttavia, l’eroe di Polonnaruwa che assurse alla notorietà ed ai libri di storia è suo nipote, Parakramabahu I.

Il regno di Parakramabahu è considerato l’età d’oro di Polonnaruwa: sotto il suo regno fiorirono l’agricoltura ed i commerci, grazie anche alla realizzazione di avanzati bacini di irrigazione delle terre, tesi a non sprecare neanche una goccia dell’acqua piovana. Tali bacini, ancora oggi, forniscono l’acqua per le coltivazioni a terrazza dell’est di Sri Lanka. Grazie a tali bacini, il regno di Polonnaruwa fu completamente autosufficiente durante il regno di Parakramabahu.
Il maggiore di questi bacini è il Parakrama Samudraya, o “mare di Parakrama”, ampio al punto da essere spesso confuso con l’oceano, dato che, a causa della sua ampiezza, da una delle rive è impossibile vedere quella opposta.

In serata arriviamo a Sigiriya, la penombra non ci consente di ammirare in anticipo l’imponente roccia che rende questa località la maggior attrazione turistica del paese. Quindi ci dirigiamo in uno dei tanti ristoranti lungo la strada del paese dove assaporiamo il cibo locale come il rice and curry. L’igiene certamente non è di casa nella maggior parte dei ristoranti, se sei schizzinoso e hai problemi nel cibo, lo Sri Lanka non è il paese che fa per te!

Il giorno seguente, sveglia mattutina e via verso la roccia di Sigiriya che con la sua imponenza domina tutta la piana centro-settentrionale dello Sri Lanka. Di buon intenzione, dopo aver parcheggiato la macchina, partiamo per la camminata. 

Una roccia di 370 metri di altezza che si staglia, unica e solitaria, sulle pianure aride. Sulla cima, una fortezza medievale.

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Questo è il sito archeologico di Sigiriya, uno dei più conservati del mondo e soprattutto indubbiamente tra i più straordinari. Attrattiva imperdibile dello Sri Lanka, The Lion Rock’s sorge nella zona settentrionale del paese, bruciata dalla siccità durante la stagione secca, che in questa regione va da maggio a ottobre. 

Il villaggio è composto da una strada polverosa, qualche Gest House e un paio di dimesse botteghe, alcune delle quali con angolo cottura annesso. A causa delle poche possibilità di ristorazione, la maggior parte dei viaggiatori sceglie di consumare i pasti nelle pensioni, preparati direttamente dalla padrona di casa dove, se vi va bene, potrete comunque gustare delle ottime varietà di riso al curry.

Dopo le prime rampe di gradini in pietra, la seconda parte della salita è composta da traballanti scale di metallo fissate direttamente alla nuda roccia. Vista l’altezza e l’apparente instabilità della struttura, percorrerla non sarà semplice se soffrite di vertigini. Ogni disagio è ripagato, però, a mio avviso, dalla conquista del corridoio che dietro il Muro di Cera porta alle celebri Fanciulle di Sigiriya. 

Si tratta di una serie di affreschi risalenti al V secolo, perfettamente conservati, che ritraggono stupendamente, donne formose adorne di frutta e fiori.

Superate le Fanciulle si conquista un largo spiazzo dove ci si può riposare un po’ prima dell’ultima scalata. Qui infatti, intagliata nella roccia e stretta fra due immense zampe di leone scolpite a loro volta nella roccia stessa, si inerpica l’ultima scalinata che porta alla sommità, là dove nel medioevo svettava il palazzo reale. Qui dovete fare attenzione innanzi tutto ai gradini: molto più ripidi dei precedenti, quindi se soffrite di vertigini pensate bene se provare a scalarli o se preferite accontentarvi della postazione guadagnata.

Una volta arrivati sulla cima, battuta dal sole e dal vento, prendetevi tutto il tempo per godere del posto straordinario che avete raggiunto. Da lassù il panorama è fantastico, si ha una visuale a 360° su tutto l’orizzonte, il sole anche qua picchia e si fa sentire, però sarà l’entusiasmo, sarà l’adrenalina che scorre nelle vene, ma il caldo risulta ininfluente e non ci da alcun fastidio.

Del palazzo in sé, restano solo le fondamenta e una miriade di fontane e piscine. Sedetevi su una delle mura superstiti e godetevi il panorama, che domina la pianura circostante, fino a perdersi nella massa azzurrina dei monti in lontananza.

A fine escursione, vi consigliamo di tornare verso il tramonto nel parco che circonda il sito archeologico snodandosi intorno al primo fossato, dopo l’orario di chiusura, quando i pullman portano via i turisti e si può passeggiare nella calma di un luogo senza tempo in compagnia di uccelli rari e branchi di vivaci bertucce, talmente numerosi da farvi sentire, spesso, gli unici bipedi rimasti sulla terra.

SRI LANKA

Per noi è ora di tornare indietro e raggiungere il parcheggio della macchina.

Prossima tappa: Trincomalee. Prima però di raggiungerla non ci facciamo scappare, nonostante sia leggermente fuori mano, la statua di Aukana, la cui altezza è di oltre 40 piedi (12 m), scavata in una grande facciata di roccia granitica nel V secolo. Rappresenta una varietà del Abhaya mudra ed è caratterizzata da una veste dalla elaborata lavorazione. Scolpita durante il regno di Dhatusena di Anuradhapura, la statua potrebbe essere il frutto di una competizione tra allievo e maestro. Il Buddha di Aukana è uno dei migliori esempi di statua eretta costruita nell’antico Sri Lanka ed è oggi una popolare meta turistica.

Dopo questa piccola deviazione, ecco giunti a Trincomalee, una città della costa nord-orientale dello Sri Lanka con oltre centomila abitanti. La città è costruita su una penisola, che divide il porto interno da quelli esterni. È uno dei centri più importanti della cultura di Lingua Tamil del paese.

In passato la città era chiamata Gokanna, ed è stato un porto che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia commerciale marittima dello Sri Lanka. Nei dintorni di Trincomalee, gli amanti del mare e delle enormi spiagge trovano il loro paradiso in Nilaveli Beach, un’infinita distesa di sabbia bianca che lambisce l’acqua cristallina del mare. Qua la pace regna sovrana, la spiaggia appare deserta, piccoli chioschi sembrano macchiare la sabbia bianca.

Se avete in programma di visitare lo Sri Lanka da marzo a settembre e di fare una tappa di qualche giorno al mare, la zona migliore è questa parte di costa, perchè al Sud in questo periodo il monsone può portare abbondanti piogge, anche se nel nostro caso non è stato proprio così. Credetemi se vi dico che sarete fortunati a venire qui. Perché? Perché questo è il tratto di costa più selvaggio e incontaminato dell’isola. Indubbiamente le spiagge del Sud sono più sviluppate dal punto di vista della ricettività e dei servizi, ma qui potrete godere del privilegio speciale di camminare su spiagge deserte e lasciarvi cullare dalle placide acque calde dell’Oceano, godendovi la più assoluta tranquillità.

Dopo aver passato un paio di giorni nella totale tranquillità, il nostro viaggio riprende e ci mettiamo in cammino lungo la strada A12. 

Le strade in Sri Lanka si contraddistinguono con la lettera A per le strade principali e con la lettera B per le strade secondarie. In alcuni casi le strade A possono anche essere sterrate per via di lavori in corso, mentre per quanto riguarda le strade secondarie è più comune e frequente trovare tratti di strada anche medio lunghi interamente sterrati, quindi vi consiglio di non farvi prendere dal panico e di guidare semplicemente con prudenza.

Prima di partire molti blog e molti forum sconsigliavano la guida in questo paese, io se vi posso dare un consiglio, non è affatto una cosa infattibile e pericolosa, basta avere un po’ d’esperienza di guida in paesi asiatici ed essere prudenti e non vi succederà nulla!

Dopo un centinaio di chilometri, a metà mattinata arriviamo a Mihintale, un picco di montagna nei pressi di Anuradhapura. Si ritiene sia stato il luogo di un incontro tra il monaco buddista Mahinda e Re Devanampiyatissa che ha inaugurato la presenza del buddismo in Sri Lanka, di conseguenza viene considerata la culla di tale religione. Ai piedi della montagna vi sono le rovine di un ospedale, un bagno medico, una scritta in pietra ed è qui che sono state rinvenute urne appartenenti al periodo antico. Tra l’ospedale e la scalinata che porta alla roccia si trovano i resti di un grande monastero. Sui piani dell’edificio che è di quaranta metri da un lato, ci sono sculture in legno e balaustre di pietra con pietre di guardia. Dato che da questo lato non si può accedere, i passaggi sono sul lato orientale del pendio.

Per scalare la montagna di Mahintale è stata costruita una scala di pietra formata da 1.840 gradini. Tali scalini conducono alla cima in tre tappe. Sul primo livello, Kantaka Cetiya colpisce per la semplicità della sua struttura, sul secondo livello, esistono ancora vestigia di costruzioni monastiche.

Ecco infine il terzo livello, oggetto di una venerazione particolare, poiché secondo la leggenda, è qui che il Buddha meditava. A quest’altezza (300 metri) la vista sulla regione è splendida. 

Decidiamo di pranzare qua e ripartire dopo pranzo per Anuradhapura, una delle antiche capitali dello Sri Lanka, famosa nel mondo per le sue rovine ottimamente conservate delle antiche civiltà locali. La civiltà che si sviluppò attorno a questa città era una delle principali dell’Asia e del mondo intero. Attualmente la città appartiene ai Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, si trova a duecento km a nord dell’attuale capitale Colombo, nella Provincia Centro Settentrionale dello Sri Lanka, sulle pendici dello storico Malvathu Oya. Fondata nel quarto secolo a.C., fu capitale del Regno di Anurādhapura fino all’inizio dell’undicesimo secolo. In questo periodo rimase uno dei centri politici più stabili dell’Asia meridionale. Fu anche una città ricca che conobbe una cultura unica ed una grande civiltà. 

Attualmente l’antica città, consacrata dal mondo buddhista e circondata da monasteri che ricoprono un’area di oltre quaranta km², è uno dei principali siti archeologici del mondo.

Questa città è anche un punto di riferimento per l’induismo. Secondo la leggenda, infatti, Anurādhapura sarebbe la favolosa capitale del re Asura Ravana, uno dei protagonisti del libro religioso induista Ramayana.

Per visitarla ci affidiamo ad una sorta di guida locale che per pochi soldi ci fa visitare la città a bordo del tradizionale tuc-tuc, su e giù per le viette. Il driver si presenta subito molto disponibile e paziente, permettendoci brevi soste per addentrarci dentro le rovine. Le rovine possono essere divise in tre categorie: i dagoba, i monasteri ed i pokuna.

I dagoba sono edifici a forma di campana costruiti in mattoni, con dimensioni che spaziano da pochi metri ad oltre 340 metri di circonferenza. Alcuni di questi sono stati realizzati con una tale quantità di opera muraria da averci potuto costruire un paese da venti cinquemila abitanti.

Dei monasteri sono stati trovati fondamenta, piattaforme e colonne. Il più famoso è Palazzo bronzeo, eretto dal re Dutugemunu intorno al 164 a.C. 

I pokuna sono vasche che fornivano acqua potabile, disseminati ovunque nella giungla. In città si trovava anche un sacro albero della Bodhi, che secondo alcuni risale al 245 a.C. La ferrovia venne portata da Kurunegala ad Anurādhapura nel 1905. 

Passato un bel pomeriggio a zonzo tra le rovine, la sera ceniamo e ci buttiamo a letto, la stanchezza del lungo viaggio inizia a farsi sentire, le ore di guida in auto, le camminate, il caldo cocente iniziano a farsi sentire. Tu viaggiatore, che leggi queste parole, capisci benissimo che nulla può fermare la tua voglia continua di scoprire giorno dopo giorno cose nuove, vedere facce nuove, salutare nuova gente e incontrare nuovi orizzonti..

Vista la bellissima esperienza del Parco dello Yala, la mattina successiva, sveglia presto e via verso il secondo parco nazionale dello Sri Lanka, il Wilpattu National Park: è un parco situato nella zona asciutta della costa nord-occidentale dell’isola. La caratteristica unica di questo parco è l’esistenza di laghi naturali “Willus”, cerchiati di bacini d’acqua o depressioni che si riempiono di acqua piovana.

Il parco si trova a 30 km a ovest di Anuradhapura e si trova 26 km a nord di Puttalam e circa 180 km a nord di Colombo. Il parco è di 131, 693 ettari e va da 0 a 152 metri sul livello del mare. Wilpattu è tra i primi parchi nazionali di fama mondiale per la presenza del leopardo Panthera pardus Kotiya. 

Nonostante tutto questo a noi non ci va proprio bene questa volta. L’unica consolazione e’ lo splendido paesaggio, l’infinità di coccodrilli e la passione del nostro driver che ci ha fatto ammirare una bellissima casa sull’albero all’interno del parco. Questa casetta è ormai diventata una vera e propria attrazione del parco, si affaccia direttamente su un laghetto ed è possibile ammirare uccelli e coccodrilli che popolano il laghetto. Il nostro secondo safari cingalese sta giungendo al termine, non c’è in noi l’aria di soddisfazione come per il primo safari nello Yala National Park, ma c’è comunque la consapevolezza di essere fortunati a toccare con mano queste meraviglie paesaggistiche che lasciano senza fiato, anche nei momenti in cui la fortuna di vedere un leopardo o incrociare un elefante non è stata dalla nostra parte.

Ci incamminiamo alla volta di Kurunegala, dopo un paio d’ore di viaggio arriviamo nel piccolo villaggio, dove grazie ad una prenotazione last-second su booking.com, ci sistemiamo in una guest-house.

Come in ogni viaggio, il finale non poteva che essere con il  botto…

Al mattino sveglia di buon ora, colazione con latte caldo e ci aspetta Pinnawala, che dista pochi kilometri a sud di Kurunegala.

Qui si trova il famoso orfanotrofio di elefanti, fondato allo scopo di offrire assistenza e protezione a molti degli elefanti selvatici non svezzati orfani trovati a vagare dentro e vicino alle foreste dell’isola. E ‘stato costruito nel 1975 dal Dipartimento dello Sri Lanka di conservazione della fauna selvatica.

Altri orfani sono stati spostati dal loro habitat naturale per progetti di sviluppo o sono stati trovati abbandonati prima dello svezzamento, malati o feriti.

SRI LANKA

Ci sono una cinquantina di persone che lavorano presso questa struttura e si prendono cura degli elefanti che, in Pinnawala spaziano liberamente durante il giorno in un’apposita area. Due volte al giorno vengono spostati nel fiume adiacente per bere ed essere bagnati. Particolarmente suggestivo è assistere al lavaggio di questi enormi bestioni, che avviene in due turni per suddividere la mandria di elefanti, ma soprattutto non bisogna perdere, il loro  passaggio dentro la via principale che attraversa in due il paese portandoli al laghetto dove vengono lavati e lasciati liberi di giocare sull’acqua. Vederli nei loro attimi di vita quotidiana è davvero emozionante. I piccoli elefantini dopo il momento della poppata (35/40 litri di latte al giorno!!) vengono portati tutti insieme al fiume per il momento del bagno. Bello vederli giocare e farsi i dispetti tra di loro!!

SRI LANKA

Gli elefanti sono alimentati nelle stalle con grandi quantità di frutta, noce di cocco , kitul (zucchero di palma), tamarindo e erba , che formano la maggior parte del loro cibo.

La nostra avventura in questo paese magnifico sta quasi giungendo al termine, saliamo in auto e ci indirizziamo verso Negombo, un’ottantina di kilometri verso ovest.

A causa della sua vicinanza all’aeroporto internazionale Bandaranaike e della sua splendida spiaggia, Negombo è una meta molto ambita dai turisti. Sulle sue spiagge si possono infatti effettuare sport acquatici, tuffi e immersioni per vedere la piccola berriera corallina. A Negombo, inoltre, c’è il secondo più grande mercato ittico del Sri Lanka dove si può organizzare un tour di pesca con i pescatori locali.

Arrivati in serata ci sistemiamo in un piccolo hotel affacciato sulla strada costiera.

La mattina seguente ci concediamo la prima bella e sana dormita fino a tarda mattinata. 

Abbiamo alle spalle la stanchezza del viaggio, milleduecento chilometri percorsi su strade in certi casi al limite della percorribilità. Partiti da Colombo, riassumendo, abbiamo attraversato: Gallè, Mirissa, lo Yala National Park, Horton Plains, Nuwara Eliya, Kandy, Dambulla, Polonnaruwa, Sigiriya, Trincomalee, Mihintale, Anuradhapra,  il Wilpattu National Park, Negombo. In quest’ultima località, nel pomeriggio, ci lasciamo andare ad un bel massaggio rilassante in uno dei tanti centri benessere che pullulano in questa città.

Il servizio è ottimo, Sabrina ed io veniamo coccolati per un’ora circa da due bravissime ragazze cingalesi che, con sottofondo musicale e luce soffusa, ci incantano con le loro mani che scorrono lungo la nostra schiena.

Potete capire quanto la nostra voglia di rientrare sia pari a zero, pero’ come in tutti i viaggi arriva anche questo momento, quello dei resoconti, dei ricordi ancora freschi di tutte le persone incontrate lungo il percorso, che in qualche modo e per un brevissimo lasso di tempo hanno fatto parte della nostra vita.

Difficile pensare cosa possa essere il viaggio senza tutte queste emozioni, e’ più facile pensare a ciò che lascia.

Tra lavoro e tempo libero ho viaggiato parecchio, sono arrivato a prendere anche sessanta aerei in un anno, una sensazione bellissima, un continuo susseguirsi di posti nuovi, nuove emozioni ed esperienze. Il viaggio ti riempie dentro, ti arricchisce più di quanto possiamo immaginare. 

Ho toccato paesi che forse forse senza questa opportunità non avrei mai visitato, un po’ perché non convenzionali al turismo di massa un po’ perché paesi poco raccomandabili. Eppure mi hanno dato sempre quel qualcosa in più: un nuovo cibo, un nuovo modo di salutare, una nuova lingua remota e sconosciuta, piccole cose messe insieme che vanno a formare il bagaglio principale che ogni viaggiatore porta con se, che ti rimane legato, impresso nella tua mente, cambiandoti dentro e facendoti maturare. 

La voglia di esplorare ce l’hai nel dna, questa passione la porto con me fin dai primi anni, gli anni dell’adolescenza quando, mentre molti miei amici passavano l’estate in campagna o al mare dai nonni, i miei genitori con il camper mi portarono assieme a mia sorella in giro per tutta l’Europa, città dopo città, nazione dopo nazione.

È in quegli anni lì che piano piano dentro di me si forma e matura  quell’essere viaggiatore ed esploratore che oggi sono.

Ricordo ancora la foto fatta a Tangeri con un serpente posato sul collo, la foto con le scimmiette a Gibilterra, io e mia sorella sorridenti sotto l’imponente Big ben di una Londra che ci appariva ai nostri piccoli occhi mastodontica più di quanto lo sia oggi.

Indelebile la passeggiata lungo i canali di Amsterdam fatta da ragazzino, ritornandoci a distanza di molti anni l’emozione e’ stata la stessa, la voglia di scoprire non è cambiata.

In quegli anni li’ non c’erano i social, le foto non si condividevano in un batter d’occhio, i primi telefoni cellulari erano usciti ma erano pochi quelli che li avevano, e di certo non possedevano le funzioni che hanno oggi.

All’epoca si usavano le belle macchine fotografiche a rullino, in ogni viaggio non vedevi l’ora di rientrare a casa per portare a sviluppare sperando che lo scatto in quel posto a te preferito fosse venuto bene. L’attesa dava un sapore diverso e creava un’ aspettativa che ora vivi in tempo reale, forse perdendo la spontaneità dello scatto.

Conservo ancora oggi decine e decine di album di fotografie sviluppate,  e ogni volta che li sfoglio e’ come se rivivessi quell’attimo rievocando ogni sensazione provata.

Con l’avvento degli smartphone e dei social network, tutto è cambiato, adesso in tempo reale si chiedono informazioni nel web, si condividono foto e si raccontano stati d’animo, tutto sembra più raggiungibile, in un attimo ognuno di noi riesce a far vedere al mondo intero quello che anni fa non avrebbe potuto mostrare. 

I blog non esistevano, le opinioni e i consigli di viaggio si leggevano solo nelle numerose guide cartacee, che assieme alle mappe stradali, costituivano l’oggetto indispensabile per un viaggiatore e riempivano le librerie. 

Adesso con due click si prenota un volo e con il solo passaporto alla mano fuggi via verso la tua meta.

In tutta la mia vita, non vorrei sbagliarmi, ma credo di ricordarmi bene di essermi rivolto presso un’agenzia viaggi in una sola circostanza, in un viaggio a Parigi assieme ad un’altra coppia di amici. 

Non perché non mi fidi delle agenzie viaggi ma perché, per me, il viaggio è anche la ricerca della meta, dei voli, passare serate e serate a cercare la tratta migliore e perché no, anche più economica. Non c’è cosa più bella, dell’attimo che precede il viaggio e poi lasciatemelo dire la non programmazione delle soste.

Adesso vi racconto bene: io faccio parte di quella nutrita categoria di viaggiatori che non pianificano le varie soste mesi prima; attenzione, non e’ che non mi documenti sul posto in cui vado, anzi, passo gran parte del tempo a leggere e rileggere attrattive, località, siti storici e città che possano interessarmi durante il viaggio.

Però, in genere si prenota la sistemazione che può essere l’hotel, il BeB o l’eventuale campeggio solo per la prima notte, quella in cui si arriva, poi il resto delle soste e delle sistemazioni viene deciso day by day in base a quello che il percorso ci offre.

Per alcuni questo modo di viaggiare viene considerato avventuriero e disorganizzato, ma non è così, forse è quel modo di viaggiare in camper da ragazzino con i miei genitori senza mete fisse e schemi prestabiliti che ha fatto nascere in me questa voglia di vivere il viaggio in maniera libera e indipendente da ogni vincolo prestabilito sulla carta prima di partire. 

L’avventura mi ha sempre suscitato fin da piccolo un’interesse inaudito, e’ solo con essa che la meta finale te la godi maggiormente.

 

 

 

 

 

 

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